Bologna
“L’antologica di Bologna, 1965” è la quarta tappa del progetto dedicato a Mattia Moreni, ospitata nella Project Room del MAMbo e curata da Claudio Spadoni e Pasquale Fameli. La mostra non è un semplice omaggio: è una riflessione su un momento preciso della storia dell’arte italiana. Era un atto di resistenza: la Pop Art aveva appena trionfato alla Biennale di Venezia del 1964 e Arcangeli rispose con undici dipinti che riaffermavano la pittura come esperienza vissuta, gesto esistenziale, presenza nel mondo. Gli stessi dipinti — dal Giardino delle mimose del 1954 fino alla Povera anguria dell’estate del 1964 — tornano oggi a Bologna, sessant’anni dopo.

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Parola al critico
– Pasquale Fameli
Tutto inizia per caso, nell’autunno del 1945: un giovane Mario Merz, appena ventenne, parla a Francesco Arcangeli di una pittura “aspra e favolosa”, come Dosso Dossi o Grünewald. Il nome è quello di Mattia Moreni. Arcangeli, già critico militante formato alla scuola di Roberto Longhi, non vedrà le sue tele che tre anni dopo, alla Biennale di Venezia del 1948 — e sarà ammirazione immediata. Nel frattempo, anche il giovane Merz porta i segni di quell’incontro: lo si ritrova nelle sue opere dei primi anni Cinquanta, in quel segno ancora pitched tra figurazione e astrazione. Vent’anni dopo, quando Arcangeli scrive il testo per la grande antologica bolognese del 1965, non può sapere che di lì a poco ritroverà Merz — e con lui ancora Moreni — alla Biennale del 1972. Un cerchio che si chiude quasi trent’anni dopo quell’incontro fortuito alla Ca’ d’Oro, come se la storia dell’arte avesse voluto tenere insieme, nel tempo, tre destini che si erano sfiorati per caso.
La Mostra
Quando Francesco Arcangeli inaugurò la sua antologica di Moreni il 12 settembre 1965, non stava solo presentando un pittore: stava prendendo posizione.
Era l’anno dopo la morte di Morandi, e la Pop Art aveva appena conquistato Venezia. Arcangeli rispose con la pittura di Moreni — gesto, materia, soggettività — e con una nozione teorica precisa: il “libero realismo moderno”, un approccio radicato nell’Informale che rimetteva al centro l’esperienza esistenziale dell’artista, contro ogni omologazione culturale. Era l’unica mostra che, da direttore della Galleria d’Arte Moderna, poté decidere in totale autonomia. La scelse bene.











