San Domenico
“Dalle Angurie alla fine dell’Umanesimo” è la seconda tappa del progetto dedicato a Mattia Moreni, ospitata al Museo Civico San Domenico di Forlì e curata da Rocco Ronchi. La mostra ha indagato una fase meno esplorata ma decisiva del percorso dell’artista: dopo la stagione incendiaria dell’Informale, Moreni approda a un linguaggio più meditativo e simbolico, in cui l’anguria — frutto popolare delle estati romagnole — si trasforma in potente metafora di eros, metamorfosi e decadenza. Da semplice oggetto quotidiano, l’anguria assume fisionomie femminee, fino a incarnare la crisi dell’Umanesimo di fronte all’avanzata inarrestabile della Macchina.

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Parola al critico
– Rocco Ronchi
La prima anguria si annuncia nell’Estate del 1964 su un cartello visto ai bordi della strada. Il paesaggio che le fa da sfondo è quella Romagna torrida che, racconta Moreni, lo aveva “ossessionato da quattro anni” con le sue “apparizioni di cartelli con scritte ed immagini”. È una strana segnaletica quella di Moreni perché smentisce l’ovvia concezione che ci facciamo del segno come mezzo di comunicazione. Quei cartelli, infatti, non comunicano nulla di determinato, non dicono niente a nessuno…
La Mostra
“Dalle Angurie alla fine dell’Umanesimo” è il secondo appuntamento del progetto espositivo dedicato a Mattia Moreni, ospitato al Museo Civico San Domenico di Forlì e curato da Rocco Ronchi. La mostra esplora una fase cruciale del percorso dell’artista, in cui la gestualità dell’Informale lascia spazio a un linguaggio più simbolico e meditativo: protagonista è l’anguria, che da semplice frutto popolare si trasforma in metafora di eros, metamorfosi e decadenza, fino a incarnare la crisi dell’Umanesimo di fronte all’avvento della Macchina.






















